sabato 1 aprile 2017

Dai problemi della ricerca alla scuola e viceversa

Ultimamente, ma solo temporaneamente, sto scrivendo poco sul blog. La ragione è dovuta ad un accumularsi di impegni lavorativi, si tratta solo di una fase passeggera non vi preoccupate. Presto il ritmo tornerà più o meno regolare. Tuttavia, ogni settimana, e chi è iscritto lo sa, arriva la mia newsletter di astrofisica. Se non siete ancora iscritti, potete ancora rimediare andando a questo link.

In particolare, la scorsa settimana avevo scritto nella newsletter qualcosa dedicato a tutti coloro che da grandi volessero diventare astrofisici. E niente, mi andava di condividere quello che ho scritto anche sul blog per poterlo far leggere anche a tutti voi.

Partiamo proprio dalle basi. Molti ragazzi sono addirittura in dubbio su quale scuola superiore scegliere. Ragazzi, ascoltatemi: la scelta della scuola superiore non ha nulla a che vedere con la vostra voglia o meno di fare astrofisica all'università. Certo, il discorso è molto più ampio, ma lasciatemi spiegare. Se dovessi partire dalla mia esperienza personale, beh, allora dovrei dirvi in tutta onestà che all'epoca scelsi di fare il liceo scientifico solo e soltanto perché intravidi la materia Geografia Astronomica nel programma del quinto anno. Ovviamente sono stato folle, ma non perché non volessi fare il liceo scientifico, ma semplicemente perché ho basato una scelta su un solo piccolo dettaglio che, tra l'altro, si sarebbe manifestato dopo cinque anni. Altra cosa: quando uno sceglie la scuola superiore ha 13 anni, mentre quando sceglie l'università (eventualmente) ha 18 anni. Insomma, praticamente stiamo parlando di due età molto diverse e che corrispondono a due modi di vedere il mondo tremendamente differenti. Non angosciatevi troppo, dunque, questo è il mio consiglio.

Parliamo, perciò, della scelta da fare a 18 anni. Volete fare astronomia? Molto bene!
La domanda che verrebbe subito da fare è: perché vuoi studiare astronomia all'università? Una risposta potrebbe essere: beh, perché voglio diventare astrofisico. Questa è una risposta buona, soprattutto a 18 anni, ma ovviamente non terrà mai conto, almeno a quell'età, delle mille sfaccettature che può presentare la vita in corso d'opera. Mio consiglio in questa fase: volete fare astronomia? D'accordo, ma fatelo perché siete curiosi, perché volete capire come funziona l'universo. La curiosità e la laurea in astrofisica vi resteranno, la voglia di lavorare come astrofisico potrebbe venire meno.

E infatti: auguri, vi siete laureati in astrofisica, congratulazioni. Non importa se l'avete fatto in Italia o all'estero, finalmente il gran giorno è arrivato. Che si fa ora? Nella migliore delle ipotesi siete già con la valigia in mano pronti per partire in qualche posto del mondo a fare il Ph.D. (dottorato di ricerca).

Voi direte: è necessario fare il dottorato? Dipende: se volete lavorare come ricercatori in astrofisica allora non avete altra scelta e dovete per forza fare il dottorato. Tuttavia, siccome chi fa il dottorato viene pagato, magari anche se avete altri piani futuri per la testa, comunque volete cimentarvi in tre-quattro anni in cui provare a fare ricerca sul serio, produrre pubblicazioni scientifiche, andare a conferenze a discutere dei propri risultati, viaggiare, conoscere nuovi posti, nuove persone, aprire la propria mente. Ecco, il dottorato fa tutto ciò, anzi, anche molto di più. Soprattutto se fatto all'estero: tra tutti i ragazzi che ho conosciuto che hanno fatto il dottorato di ricerca (sia all'estero che in Italia) ho individuato due macro-categorie. Nella prima ci sono quelli che spaccano tutto, delle macchine da guerra che lavorano sodo non solo per la soddisfazione personale ma proprio per continuare a fare quel lavoro tutta la vita (ci torniamo tra poco su questo punto); nella seconda categoria ci sono coloro (tra cui io) che lavorano sodo, lavorano un sacco, però si rendono conto che quell'ambiente lavorativo non è esattamente ciò che stavano cercando. E quindi, a volte anche con un pizzico di delusione, decidono di fare altro nella vita. Soprattutto, a volte si nota davvero che per poter essere sempre al massimo bisogna accettare che una buona dose di stress viva e lotti con voi per un periodo abbastanza prolungato di tempo. Stress dovuto anche al desiderio di voler proseguire con la carriera astrofisica, come vedremo tra poco.
Comunque, per fortuna il mondo è molto vario e state tranquilli che se avete un dottorato di ricerca in astrofisica un lavoro lo trovate, andate tranquilli.



Per farvelo vedere graficamente, ecco un diagramma in cui viene mostrato cosa accade alle persone che, faticosamente e con gran soddisfazione, prendono un dottorato. Come potete vedere, non tutti i Ph.D. riescono con il buco...ehm, volevo dire riescono a diventare professori accademici.
Il grafico qui sotto riguarda la Nuova Zelanda, ed è abbastanza rappresentativo della situazione, secondo me. Comunque se cliccate su questo link trovate i dati anche per altre nazioni nel mondo.
Come potete vedere, la cosa più evidente è che la prima scissione dei Ph.D. avviene subito appena la fine del dottorato. E poi, coloro che vanno avanti nella carriera accademica sono sempre meno, fino ad un risicato 0.45% che riesce a diventare professore, scissione dopo scissione.
Altro che Partito Democratico!

Crediti: MoRST


Ma torniamo un attimo alla prima categoria di cui parlavamo prima, gli stakanovisti dell'astrofisica. Parlo un attimo di loro perché stiamo immaginando un percorso di studi che porti una persona a diventare ricercatore. Allora ricapitoliamo: dopo le scuole superiori, 5-6 anni di università, 3-4 anni di dottorato, dovreste avere intorno a 28 anni, anno più anno meno. Cosa fare a questo punto? Trovare un post-dottorato (post-doc), ovvero un posto di lavoro nel mondo della ricerca. Come si fa? All'inizio dell'ultimo anno di dottorato bisogna inviare domande e curriculum nei posti più disparati, provando ad ottenere un colloquio e poi, eventualmente, un'offerta di lavoro. Questa procedura può durare anche sei mesi e, solitamente, inizia a settembre, passa per Natale e finisce a febbraio-marzo così poi a settembre-ottobre successivo si parte con il post-doc.
Un post-doc può durare 2-3 anni, al termine dei quali bisognerà fare domanda per un nuovo post-doc, sicuramente in un'altra parte del mondo. Già, infatti avevo dimenticato di dire questa cosa: nella normalità dei casi potreste laurearvi in Italia, fare il dottorato in Germania e poi fare un post-doc in Inghilterra e poi un altro post-doc negli Stati Uniti e così via.

Voi direte: vabbé, ma quanti post-doc dovrei fare? Ecco, questa è LA domanda. In realtà non c'è un numero minimo o massimo di post-doc, voglio dire non c'è alcuna restrizione. Mentre fate un post-doc state effettivamente versando i contributi per la pensione, cioè state lavorando. Il mondo della ricerca funziona così, con tanti contratti precari della durata di 2-3 anni in giro per il mondo, con i quali ad ogni ricercatore viene chiesto di spostarsi continuamente.

L'obiettivo di tutto questo caos è beccare una posizione fissa in un qualche posto del mondo. Questa è una cosa che può avvenire, certo, ma ci vuole tempo. Pensate che il premio Nobel per la fisica nel 2011, Adam Riess, ha ottenuto una posizione fissa dopo 10 anni aver conseguito il suo dottorato (ovviamente, per lui, era scontato la beccasse ad un certo punto).
Quindi, insomma, nel migliore dei casi possiamo immaginare voi abbiate quasi 40 anni quando vi trovate ad avere una posizione finalmente permanente di lavoro. Ce l'avete fatta!

Ora, capite benissimo che la persona che eravate a 18 anni, quando avete chiesto lumi al vostro prof. di matematica e fisica al liceo, non esiste più. Siete totalmente un'altra persona.
Ovviamente, io non voglio scoraggiarvi: vorrei solo mettervi davanti agli occhi le cose come stanno. Avendo avuto esperienza nel mondo della ricerca posso assicurarvi che si tratta di uno dei lavori più belli del mondo. D'altro canto, i contro sono un ambiente spesso fin troppo competitivo (proprio per le persone intendo) e una carriera che potrebbe essere pregiudicata al minimo imprevisto.

In più, non dimentichiamolo, c'è la vita. Magari trovate l'amore in uno dei tanti luoghi in cui vi spostate, oppure magari volete tornare a vivere in quella città che vi piace tanto e fare una vita diversa da quella che potrebbe essere la vita lavorativa di un ricercatore. Magari ad un certo punto vi scocciate di viaggiare in aereo una settimana sì e l'altra pure e avete semplicemente voglia di godervi le piccole cose della vita. O, magari, avete avuto un'opportunità di lavoro migliore e volete fare altro nella vita. Voglio dire: non importa, il punto è che non si può decidere a 18 anni cosa si vuole fare a 40. Certo, ognuno di noi (e sono il primo a dirlo) vive la situazione contingente, cioè difficilmente riesce a proiettare se stesso 20 anni dopo. Risulta già difficile capire cosa potrebbe accadere domani, figurarsi un ragazzo di 18 anni che si immagina a 40.

Però, se vi va di ascoltare uno che sta in mezzo (io di anni ne ho 30), allora sentite qua: siate tranquilli nelle vostre scelte. L'astrofisica ha un grandissimo pregio, quello di poter essere studiata e seguita anche se non siete ricercatori. Il motivo di ciò è che, al giorno d'oggi, le grandi scoperte astronomiche sono possibili quasi esclusivamente con l'impiego di un enorme numero di teste pensanti e di un tanti soldi necessari per poter costruire satelliti e telescopi imponenti. L'idea dello scienziato solitario che scopre tutto non esiste più, fatevene una ragione.

Quindi, se volete studiare astronomia perché siete curiosi, allora fatelo. Poi magari andate a lavorare in banca o nella redazione di un giornale, ma in compenso saprete un sacco di cose bellissime.
Se poi invece vorrete continuare, allora buon per voi: io faccio il tifo per voi, sappiatelo.

Però, e ve lo chiedo per favore, non fate il contrario: ovvero non rinunciate alla voglia di studiare astrofisica per la paura di non riuscire a trovare un lavoro domani. Lo so che questa è una cosa difficile. Al giorno d'oggi sembra quasi che l'università abbia perso la sua ragione d'essere, ovvero una casa per chi vuole ampliare le proprie conoscenze. Agli occhi di un ragazzo di 18 anni l'università sempre una specie di camera che trasforma un giovane in un lavoratore. Lo confesso, a me non piace tanto questa visione dell'istruzione o comunque del mondo di approcciarsi agli studi, tuttavia è una cosa che comprendo anche se, ripeto, non la condivido.

Il punto, secondo me, è che ogni persona avrebbe bisogno di una buona formazione scientifica. Molto spesso le scuole superiori falliscono in questo e chi fa studi scientifici all'università solo in quella sede riesce a recuperare ciò che non è stato in grado di trovare al liceo, per esempio.
Insomma, voglio dire che la confusione dei nostri ragazzi nasconde un problema più profondo, ovvero l'incapacità del nostro sistema scolastico di riuscire ad intercettare la voglia di conoscenza dei ragazzi. Risulta abbastanza ovvio che la scienza venga bistrattata dagli italiani se l'unico modo per averne un assaggio è proseguire con gli studi universitari. Forse questa mia visione è un po' drastica, ma spero possa aiutare a rendere l'idea di ciò che vorrei esprimere.
Tutti dovremmo sapere quanto dista la Terra dal Sole, esattamente come tutti dovremmo sapere chi ha scritto la Divina Commedia. Tutti dovremmo sapere come fa il Sole a produrre energia, proprio come tutti dovremmo sapere l'inglese. Non possiamo aspettarci che le conoscenze scientifiche vengano demandate alla voglia e alla capacità dei divulgatori scientifici, bisogna che queste tematiche siano centrali nelle scuole, soprattutto in quest'epoca di enorme e veloce avanzamento delle conoscenze scientifiche.
Ma non solo: sono convinto che nelle scuole ci debba essere una materia specifica chiamata Metodo Scientifico, cioè una materia che insegni e spieghi come fa la scienza ad ottenere i propri risultati.

Questa è la vera sfida: insegnare ai nostri ragazzi che la scienza non è fatta di nozioni bensì di ragionamenti, idee, esperimenti.
Insomma, che la scienza è fatta da uomini come loro.
Tutto questo l'ho capito facendo esattamente tutto il percorso che ho descritto in questa newsletter, un percorso lungo, a tratti tortuoso e spesso faticoso. Perché lasciare i nostri ragazzi alla mercé di questo percorso? Se sappiamo che è così allora dobbiamo dirlo e, piuttosto, modificare le cose in modo da migliorare l'approccio delle persone alla scienza.

Forse, tutto parte dall'inizio. Probabilmente per capire le difficoltà dei ragazzi tra i 25 e i 35 anni bisogna riconsiderare il concetto di formazione scolastica inteso come effettivamente rivalutare il ruolo che la scuola ha nella formazione e preparazione alla vita di ognuno di noi.
Bisognerebbe fare degli investimenti e dei programmi a lungo termine così da modificare profondamente la scuola e renderla quello che effettivamente dovrebbe essere: un luogo dove nascono cittadini, non un luogo dove nascono lavoratori.
Detta così, lo ammetto, sembra un'utopia in un mondo che va al 99.9% della velocità della luce e in cui la cosa più importante è generare profitto (o crescita, se volete usare la parola magica del momento).
Quello di riconsiderare il sistema scolastico è un compito mostruosamente arduo, probabilmente si tratta della cosa più complicata da fare nel mondo. Eppure, prima o poi, ci dovremo fare i conti seriamente tutti.
Dottorato o non dottorato, astrofisici o non astrofisici.