lunedì 30 giugno 2014

Cosmologia in tempo reale

Oggi proverò a raccontarvi una cosa che, personalmente, mi affascina tantissimo.

Tutti sappiamo che l'universo si espande. Ma che dico espande, addirittura accelera!
Già, ma come la misuriamo l'accelerazione o almeno l'espansione? Misuriamo diverse cose (come abbiamo già parlato qui) e da queste osservazioni capiamo che l'universo si trova in una fase di espansione accelerata.

Ripetiamo solo alcuni dettagli importanti riguardo l'espansione dell'universo.
Quando parliamo di galassie che si allontanano le une dalle altre non parliamo di galassie che si muovono MA di spazio tra le galassie che si espande. Questa è una affermazione cruciale che dovete tenere a mente per sempre nei secoli dei secoli. Questo è come spieghiamo le cose con le teorie attuali.

Dunque si tratta, alla fin fine, di tenere traccia dello spostamento delle galassie, inteso come appena detto. Questo si può fare tramite l'analisi della luce proveniente dalle galassie stesse, ovvero lo spettro delle galassie. Infatti, a causa di vari processi fisici che coinvolgono gli elementi chimici presenti nelle stelle e nel gas delle galassie, si possono osservare delle righe nello spettro, una cosa del genere:



Ora, queste righe sono riconducibili alla presenza di ben precisi elementi chimici, i quali producono le stesse righe spettrali qui nei laboratori della Terra. Beh, le stesse ma con una piccola differenza. Sono spostate. Quello che voglio dire è una cosa del genere:



A cosa è dovuto questo spostamento? Alla velocità della galassia! O meglio allo spostamento della galassia rispetto a noi dovuto all'espansione dello spazio tra noi e la galassia (ecco, questo è quello che dovete tenere a mente).

Ovviamente la galassia si muove, ha una certa velocità dovuta all'attrazione gravitazionale delle altre galassie circostanti. Però se andiamo parecchio lontano dalla Via Lattea allora la velocità dovuta all'espansione dell'universo diventa dominante. Questo anche perché la velocità delle galassie dovuta all'espansione aumenta all'aumentare della distanza da noi: questa è la celeberrima Legge di Hubble.

Bene, voi direte: ma tutto questo lo sapevamo già. Dov'è la novità affascinante?

Eccola: puntiamo una galassia; possiamo misurare come varia la sua velocità (dovuta all'espansione) ma mano che si allontana da noi? Ovvero, possiamo misurare la sua accelerazione in tempo reale?

In principio, la risposta è sì. Fantastico! Infatti a questo punto dobbiamo solo misurare le righe di una galassia oggi e misurarne lo spostamento e poi ripetere questa procedura dopo un poco di tempo e vedere di quanto tali righe si siano spostate ulteriormente. Meraviglioso!

Calmi, calmi però. Dobbiamo chiarire ancora due punti: primo, di quanto si spostano queste righe in un certo lasso di tempo e, di conseguenza, quanto tempo dobbiamo aspettare prima di vedere un effetto tangibile.

Cominciamo con il dire che le velocità delle galassie dovute all'espansione si misurano in unità di chilometri al secondo. Pirati della strada (dell'universo) insomma!

L'effetto di cui vi parlo è invece dell'ordine dei centimetri al secondo per anno. Che vuol dire? Vuol dire che se misuro la velocità (sempre quella dovuta all'espansione, sia chiaro) di una galassia oggi ad una certa distanza e poi ripeto tale misura tra un anno allora noterò un cambiamento di qualche centimetro al secondo!

Lo possiamo misurare?

Al momento siamo sulle decine di metri al secondo per anno di sensibilità. Probabilmente in futuro saremo capaci di tali misurazioni, gli scienziati ci stanno lavorando.

Capite l'importanza di tali misurazioni? Potremmo osservare l'evoluzione dell'universo in tempo reale e soprattutto direttamente. Cioè senza pensare alle teorie, misurando una variazione della velocità delle galassie avremmo una prova diretta dell'accelerazione dell'universo.

E ora non venitemi a dire che la cosa non affascina anche voi!


PER SAPERNE DI PIU':
Per chi volesse impegnarsi in una lettura più approfondita e completa con moltissimi più dettagli, esiste un articolo scientifico di Claudia Quercellini, Luca Amendola, Amedeo Balbi, Paolo Cabella e Miguel Quartin: http://arxiv.org/pdf/1011.2646v2.pdf




giovedì 26 giugno 2014

SOFIA, l'aereo che fa astronomia

Sappiamo tutti che ci sono enormi telescopi sparsi qua e là sul nostro pianeta. Ma lo sapevate che si può fare astronomia anche con un aeroplano?
Se non mi credete guardate questa straordinaria foto ottenuta su un volo Londra-NewYork:

Fonte: NASA APoD
Eh sì, quella è proprio la Via Lattea vista da un aereo! Ovviamente non è il risultato di una singola foto dato che un aereo viaggia a circa mille chilometri orari. Quindi si tratta di una sovrapposizione di più di 90 esposizioni di durata circa 30 secondi. E insomma, la foto di sopra è il risultato finale.

Ma questo si sapeva già dagli anni 20. Quando l'airborne astronomy (si chiama così in inglese) nacque. Ora abbiamo SOFIA, una missione della NASA che consiste di un aeroplano con a bordo un telescopio di due metri e mezzo e anche altri strumenti per analizzare la luce che gli oggetti astronomici ci regalano. Molti più dettagli, per chi fosse interessato, sono sul sito ufficiale (cliccate qui per vederlo) mentre io, molto più modestamente, mi limito a mostrarvi una foto:



In questo breve post vorrei solo farvi notare perché la gente si è messa in testa di montare un telescopio su di un aereo a circa 13 chilometri di altezza. Dunque, le ragioni sono molteplici.
Prima di tutto si può osservare senza preoccuparsi delle nuvole; per questo motivo è nata questo tipo di astronomia. Infatti la prima idea era quella di osservare eclissi di Sole evitando i problemi legati alla possibile presenza di nuvolosità (che rovina lo spettacolo dell'eclissi!).
Ma anche: nella stratosfera (a 13 km di altezza o giù di lì) l'atmosfera è povera di vapore acqueo. Questo risulta essere molto utile per osservare alle lunghezze d'onda dell'infrarosso. Infatti la presenza di acqua nella bassa atmosfera blocca la radiazione infrarossa e quindi bisogna spostarsi a quote più elevate.
Ancora: con un aeroplano si può restare più ore al buio (nella parte della Terra che non guarda al Sole) e inoltre si può posizionare l'aeroplano nella località geografica preferita.
Insomma, si possono fare tante belle cose, dai!

Qualche risultato? Grazie al fatto che a quelle altitudini è possibile studiare l'infrarosso allora con SOFIA è possibile studiare le parti della nostra Galassia nascoste dalla polvere interstellare. Infatti la luce a piccole lunghezze d'onda proveniente dalle stelle nascoste nelle nubi di polvere viene assorbita e riemessa dalla polvere in pratica nascondendo tali stelle. La radiazione infrarossa invece, essendo ad una lunghezza d'onda maggiore, non "si accorge" dei piccoli grani di polvere, proprio come quando un essere umano cammina per strada non si accorge delle piccole formichine. Dunque con l'infrarosso possiamo osservare "dietro" la polvere! Fantastico!

Ovviamente con le osservazioni nell'infrarosso non ci siamo fermati agli aeroplani ma abbiamo anche mandato satelliti nello spazio come il telescopio Herschel, per esempio.

Quindi non solo telecomandi (che utilizzano l'infrarosso per cambiare canale) ma anche (tantissima) astrofisica. Se siete sintonizzati sull'astronomia, non cambiate canale!





giovedì 12 giugno 2014

Mai al buio

Cari bimbi e non, se siete tra quelli che la notte hanno paura di restare al buio, ebbene sappiate che al buio non sarete mai, come dimostra questa foto:



La vedete quella luce diffusa verde? No, non è un'aurora. Si tratta di un fenomeno chiamato airglow (potrei chiamarla, con un neologismo, un "brillaria" ma fate pure finta di non aver mai letto questa frase!).

Di cosa si tratta?
Una cosa molto semplice. La radiazione ultravioletta del Sole colpisce le particelle (molecole, atomi) presenti nell'atmosfera (ad una quota sopra gli 80 km circa) e li eccita. Mi spiego meglio. Quando i fotoni (o le onde elettromagnetiche) ultravioletti beccano questi atomi, gli elettroni acquistano energia. Bene, fin qui.
Ora questo fenomeno di eccitazione può dare il via a una miriade di processi tipo l'elettrone rilascia la sua energia dis-eccitando l'atomo o la molecola, gli atomi o le molecole eccitati si combinano con altre molecole o con altri atomi a formare altri composti chimici. Insomma la situazione è abbastanza complicata. Il punto finale di tutti questi processi è che dei fotoni vengono emessi, quando queste reazioni avvengono.

A seconda del tipo di reazione, fotoni con una certa lunghezza d'onda vengono emessi. Insomma non c'è bisogno di entrare nei dettagli, quello che si produce è un effetto come quello della foto di sopra con una luce verde, rossa e anche blu.

Un'ultima curiosità. Alle volte l'airglow è osservato come delle strisce. No, non sono i vostri occhi. La colpa è delle onde di densità atmosferiche che si propagano dal suolo sin negli strati alti dell'atmosfera. Come quando buttate un sasso in una pozzanghera si formano delle onde, così quando c'è una qualche perturbazione, tipo vento sulla cima delle montagne, temporali ma anche scie degli aerei (per favore non fate battute sulle scie chimiche!). Quando il fluido, ovvero l'atmosfera, è perturbato queste onde si creano. Non solo sono importanti per l'airglow ma anche nella formazione di interessanti nuvole.

Ma qual è la differenza con l'aurora?
La differenza è che l'aurora viene prodotta non dai fotoni ultravioletti del Sole bensì da particelle cariche provenienti dal Sole (quello che si chiama Vento Solare) che poi vengono deviate dal campo magnetico terrestre (perciò le aurore si formano ai poli). Comunque, per fortuna, ne abbiamo già parlato su Quantizzando e quindi vi rimando al post di qualche tempo fa che potete leggere qui, dove viene spiegato come si formano le aurore.

Questi effetti di aria che brilla tuttavia dipendono da città a città e ovviamente l'effetto è maggiore dalla parte "diurna" della Terra, ovvero dove c'è il Sole che illumina.

Quelli che davvero godono di uno straordinario spettacolo a causa dell'airglow sono gli astronauti della stazione spaziale internazionale. Vi lascio dunque con un video ripreso dalla ISS e, tranquilli, non siete mai al buio, potete spegnere la luce e godervi lo spettacolo della Natura!
   

    



lunedì 9 giugno 2014

Perché le stelle scintillano?

Bella domanda.

Di solito si parte da un presupposto ben preciso quando si guarda il cielo, ovvero che le stelle scintillano mentre i pianeti no. E quindi già da questo chiunque può riconoscere se quell'oggetto luminoso lì in cielo è un pianeta o una stella.

Ma ora: perché le stelle scintillano e perché i pianeti no? La colpa è dell'aria. Già, proprio così. Abbiamo già visto con l'esperimento dell'uovo nella bottiglia che l'aria ha un peso abbastanza importante. D'altronde, se da un lato ci permette di vivere, dall'altro è un serio problema per gli astrofisici. Infatti l'atmosfera non è qualcosa di statico ferma lì ad aspettare gli essere viventi, bensì è in continuo movimento generando turbolenze, ci sono differenze di temperatura a diverse altezza da Terra e così via.
Tutto questo comporta un'instabilità delle immagini che vengono osservate attraverso uno strumento ottico. Che sia il più grande dei telescopi o il nostro occhio.

Dunque in sostanza, quello che accade è che la luce proveniente da una stella non segue un traiettoria "tranquilla" fino al nostro occhio ma subisce continui fenomeni di rifrazione (una cosa che abbiamo già visto in quest'altro fenomeno). Questo in sostanza avviene quando la luce passa da un sostanza all'altra durante il suo tragitto. In questo caso essa passa attraverso diverse situazioni di densità e temperatura da quanto parte dalla stella che stiamo osservando sino al nostro occhio sulla Terra. In pratica la luce viene deviata dalla direzione originale istante per istante, proprio a causa delle condizioni variabili dell'atmosfera. Ovviamente si tratta di piccole deviazioni e quindi alla fine riusciamo a localizzare la stella in punto preciso del cielo tuttavia notiamo che le stelle scintillano.

Dunque abbiamo imparato che questo fenomeno è essenzialmente imputabile all'atmosfera terrestre. E infatti questo fenomeno si chiama scintillazione atmosferica.

Possiamo anche notare che le stelle vicino l'orizzonte sembrano scintillare maggiormente rispetto a quelle più alte nel cielo per il semplice motivo che devono attraversare uno strato più spesso di atmosfera (e quindi più fenomeni di rifrazione in gioco).

Allora siamo pronti per la domanda finale: perché i pianeti non scintillano? Qui entra in gioco un altro fattore importante che viene spesso dimenticato da diverse persone (ad esempio viene ignorato dagli astrologi, quelli degli oroscopi!): la distanza degli oggetti da noi.

Le stelle sono molto più distanti dei pianeti. Ma che dico molto, moltissimo. Ma che dico moltissimo, moltissimo di più.

I pianeti fanno parte del Sistema Solare di cui facciamo parte anche noi. Per esempio Saturno dista dal Sole circa un milardo e mezzo di chilometri. La stella più vicina al Sole dista circa 40 mila miliardi di chilometri (ed è la più vicina, pensate le altre stelle!).

Dunque il punto è che le stelle appaiono come puntini proprio perché sono lontanissime. I pianeti invece sono relativamente più vicini e infatti possiamo osservare con più dettaglio la loro superficie e li vediamo come piccoli dischi. Questo vuol dire che la luce proveniente dai pianeti (che non è altro che la luce che essi riflettono dal Sole, i pianeti non brillano di luce propria!) è estesa su di una superficie e quindi il fenomeno di scintillazione atmosferica, pur essendo presente, non è visibile come nel caso delle stelle. Dunque, essendo la luce dei pianeti "spalmata" su un disco, il risultato finale è un'immagine parecchio più stabile di quella delle stelle.

Come si può risolvere questo problema? O eliminiamo l'atmosfera, che non mi sembra una buonissima idea oppure andiamo noi al di fuori dell'atmosfera. Come? Semplice, con un telescopio spaziale. Infatti questa è la forza del Telescopio Spaziale Hubble, il suo essere nello spazio! Infatti il suo specchio principale ha un diametro di circa 2.4 metri, molto meno dei telescopi terrestri che hanno specchi con diametro spesso di parecchie decine di metri.

Hubble Space Telescope nello spazio...appunto!


Per quanto riguarda i telescopi terrestri ci sono diverse tecniche per cercare di risolvere tale problema. Per esempio l'utilizzo di ottiche adattive. Per capire meglio questo concetto, dovete pensare che i telescopi ospitati nelle grandi cupole bianche hanno degli specchi come questo:

Telescopio dell'osservatorio Keck, Mauna Kea, Hawaii (USA).

In pratica lo specchio principale è formato da diversi pezzi che hanno la possibilità di muoversi a seconda delle condizioni atmosferiche che persistono. Come fanno i vari tasselli a capire come muoversi. Ci vorrebbe una stella di cui si conoscono perfettamente le deformazioni causate dall'atmosfera. Siccome tale stella non esiste, se ne costruisce una artificiale (una stella guida) tramite l'utilizzo di un laser, come mostrato nell'immagine che segue:

Laser per stella guida al Very Large Telescope, Cerro Paranal, Cile

Wow! Ecco perché la scienza è fantastica. Siamo partiti da una domanda apparentemente innocua per arrivare ad acclamare i prodigi della tecnica come il telescopio spaziale Hubble o l'utilizzo di ottica adattiva per lo sviluppo dell'astrofisica con telescopi sulla Terra. Insomma la scienza fa passi da gigante e l'impulso a capire sempre meglio l'universo in cui viviamo fornisce anche stimoli alla tecnologia per progredire.
Questo non vuol dire che dobbiamo fare scienza per far avanzare la tecnologia. Dobbiamo fare scienza, punto. Perché è quello che rende umani.

Adesso arriva l'estate. Passeremo parecchie notti ad osservare il cielo, magari anche in maniera romantica. Probabilmente vi capiterà di vedere stelle e pianeti. Bene, ora che sapete riconoscerli non vi resta che diffondere a chi si fosse perso questo post ciò che voi ora sapete.




venerdì 6 giugno 2014

Sfruttare la scienza per salvare la storia

Ho ricevuto la segnalazione e la richiesta di arricchire questo blog con un contributo non scritto da me. Ovviamente tale richiesta non mi ha fatto altro che piacere poiché lo scopo di questo blog non è certo mettere in mostra le mie qualità ma piuttosto avvicinare i non addetti ai lavori al mondo della scienza e della (astro)fisica in particolare. Quindi se volete contribuire non vi resta che scrivermi al mio indirizzo e-mail: sandro.ciarlariello@quantizzando.org.
Ma ora ricominciamo da capo.

Oggi ho l'enorme piacere di avere come prima ospite Claudia Violante.
Claudia è una studentessa all'ultimo anno di dottorato al dipartimento di fisica dell'Università di Roma Tor Vergata (e quindi in bocca al lupo!).
La sua attività di ricerca è nel campo della fisica teorica della materia condensata e, in particolare, lei si occupa di metodi ab-initio, cioè a “principi primi”, per lo studio ed il calcolo delle proprietà strutturali, elettroniche, ottiche e vibrazionali dei sistemi a molti corpi come solidi, superfici e biopolimeri. Recentemente, Claudia si è dedicata in particolare allo studio delle proprietà fisico-chimiche della cellulosa e dei suoi processi di ossidazione, con lo sguardo rivolto alle applicazioni nel campo dei beni culturali. 

Il lavoro interessantissimo (che tra pochi istanti andremo a leggere direttamente dal contributo che Claudia mi ha inviato) riguarda, come da titolo di questo post (suggerito da Claudia stessa, tra l'altro), l'utilizzo della scienza, in particolare della meccanica quantistica per riuscire a preservare il famoso autoritratto di Leonardo da Vinci. 
Questo lavoro è stato svolto principalmente da tre gruppi di ricerca. Un gruppo di fisici teorici della materia (di cui Claudia fa parte), il Condensed Matter Theory Group dell'Università di Roma Tor Vergata, guidato dalla prof.ssa Olivia Pulci, che, tra le altre cose, si è occupato delle simulazioni "ab-initio" basate sulla meccanica quantistica di cui si discorreva qualche riga più sopra.
E poi due gruppi sperimentali: il gruppo di fisica di Mauro Missori, dell'Istituto dei Sistemi Complessi del CNR di Montelibretti, che, tra le altre cose, ha svolto in pratica le misure sull'autoritratto di Leonardo da Vinci e sui campioni di carta antica ed invecchiata artificialmente, utilizzati come modelli di riferimento; il gruppo di chimica di Joanna Lojewska, della Jagiellonian University in Polonia, che, tra le altre cose, ha fornito i campioni usati come modelli di riferimento.

Bene, dopo questa doverosa introduzione affidiamoci alle parole di Claudia che ci racconta (con qualche bella immagine) in cosa consiste il lavoro che lei e i suoi collaboratori hanno svolto. Buona lettura!

-----------------------------------------------------------------------

La carta è stata per secoli il principale mezzo di conservazione e diffusione delle informazioni e della cultura dell'umanità. Tutt'oggi, nonostante l'avvento dei dispositivi elettronici, continua a svolgere questo ruolo.
L'autoritratto di Leonardo da Vinci è uno dei simboli più preziosi della nostra storia, che si trasmette alle future generazioni proprio attraverso il supporto della carta. L'invecchiamento di quest'ultima costituisce però un serio problema per l'artefatto in questione, severamente minacciato dall'ineludibile trascorrere del tempo.
Al giorno d'oggi il capolavoro appare profondamente rovinato: l'ingiallimento della carta su cui è presente il disegno in sanguigna di un Leonardo sessantenne, e la presenza delle tipiche macchie rossastre (dette macchie di foxing), ne minano fortemente la visibilità.
Nel 1839 Carlo Alberto di Savoia comprò l'autoritratto per la Biblioteca Reale di Torino, dove è ancora gelosamente custodito, ma prima di questa data la storia del capolavoro è sconosciuta.
Si pensa tuttavia che il povero Leonardo ne abbia viste di cotte e di crude, passando da una mano all'altra, talvolta in condizioni “estreme” di conservazione.


Recto dell'Autoritratto
Verso dell'Autoritratto


Le attuali condizioni di conservazione, a temperatura ed umidità controllate ed al riparo dalla luce e da altri agenti nocivi, limitano l'avanzare dello stato di degradazione, ma il Leonardo va attentamente monitorato e decisioni riguardanti eventuali interventi di restauro non possono prescindere da una profonda conoscenza dei processi chimico-fisici che avvengono nella carta a livello nanoscopico e che ne provocano l'ingiallimento. 

E' qui che entra in gioco la scienza: un'azione combinata di esperimenti e teoria può svolgere un ruolo essenziale nella comprensione dei processi alla base della degradazione dei supporti cartacei.

Gli esperimenti in questione devono essere tuttavia completamente innocui per l'autoritratto: non possiamo di certo rischiare di rovinare ulteriormente il capolavoro, con lo scopo finale di “salvarlo”!
L'idea è stata quindi quella di sfruttare tecniche sperimentali non invasive e non distruttive, basate su misure di riflessione ottica dell'autoritratto nel visibile e nel vicino ultravioletto.




Ma come risalire da questi esperimenti ottici alle trasformazioni subite dalla carta per via dell'invecchiamento a livello nanoscopico? E' ben noto che i costituenti fondamentali della materia, a causa delle loro dimensioni ridotte, non ubbidiscono alle leggi della fisica classica, bensì a quelle della meccanica quantistica.
Uno studio a livello nanoscopico di un tale oggetto, quindi, non può prescindere dalla meccanica quantistica: per tale motivo, al fine di interpretare gli esperimenti, sono stati sfruttati modelli teorici quantistici in grado di descrivere i cosiddetti sistemi a molti corpi (cioè sistemi costituiti da un elevatissimo numero di atomi ed elettroni) il cui comportamento è talvolta intrigante e molto complicato da descrivere.

La nostra idea è stata quindi quella di combinare esperimenti di riflessione ottica (completamente inoffensivi), sviluppare una nuova analisi dei dati ed applicare raffinati metodi basati sulla meccanica quantistica al fine di investigare nel profondo il processo di degradazione della carta e poter dare un contributo concreto alla salvaguardia dell'autoritratto.

La carta antica, come quella su cui è disegnato il volto di Leonardo, è costituita principalmente da cellulosa, un biopolimero lineare formato da atomi di carbonio, ossigeno ed idrogeno. 
L'interazione con la luce del sole, l'ossigeno atmosferico, i radicali, l'umidità ed altri agenti chimici, può causare processi di ossidazione, che portano alla formazione di cromofori all'interno della cellulosa.

I cromofori sono insiemi di atomi in grado di cambiare il modo in cui la cellulosa risponde alla luce e di variarne quindi il colore. Sono loro i responsabili dell'ingiallimento della carta!
Il nostro metodo permette di studiare la natura e stimare la quantità di tali cromofori e, sulla base di ciò,  valutare innanzitutto lo stato di degradazione dell'autoritratto: una ripetizione dell'analisi tra qualche tempo può quindi consentire una stima della velocità di degradazione e dare informazioni sulla necessità o meno di rapidi interventi.

Il confronto con campioni di riferimento ci ha permesso di ipotizzare che l'autoritratto sia stato a lungo soggetto a forti condizioni di umidità e mancanza di areazione. In effetti, è noto che per due anni (1929- 1930) il povero Leonardo è stato tenuto dietro un vetro e completamente esposto al sole... madornale errore!

La ricerca sulla carta antica è una sfida ancora aperta e di fondamentale importanza perché, aprendo una finestra sul passato, ci permette di costruire un ponte verso il futuro.
Il nostro lavoro è il primo passo verso una maggiore comprensione della natura e della velocità dei processi che avvengono a livello nanoscopico e che possono minacciare seriamente la vita dell'autoritratto di Leonardo da Vinci. 
L'obiettivo finale è quello di preservare a tutti i costi quest'icona della cultura e “consegnarla” ai posteri.  Come disse Tennesse Williams: “ How beautiful it is and how easily it can be broken”. 

Claudia Violante

-----------------------------------------------------------------------

Bene, spero questa prima "ospitata" sia stata di vostro gradimento. Un grosso ringraziamento va fatto a Claudia per il suo lavoro e per la passione che mette in quello che fa. Come vedete la scienza è importante e sono davvero contento che abbia voluto condividere con noi non-esperti i dettagli del suo lavoro in maniera più comprensibile.
Ultime due cosette. Se volete leggere il lavoro vero con tutti i dettagli scientifici e tecnici potete trovare l'articolo scientifico scritto da Claudia e dal suo gruppo di ricerca qui, dove troverete anche tutti i dettagli per contattare Claudia qualora vogliate ulteriori chiarimenti (oppure potete scrivere a me che girerò tutte le vostre domande a Claudia o ancora potete commentare questo post qui sotto).

Alla prossima, con il prossimo ospite!